La rivincita del Crocifisso

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Cardinale Giacomo Biffi (1928-2015) già Arcivescovo di Bologna. Sono due brani tratti da Biffi, La rivincita del Crocifisso, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, pp. 276 ss e 293 ss. Una riflessione sulla Pasqua e sulla Resurrezione sempre attuale.

Gesù è vivo o è morto? Sembra solo una questione «anagrafica», ma divide l’umanità e decide del nostro destino. Un giorno forse d’autunno dell’anno 60 il re Agrippa II, in visita al procuratore Porcio Festo che stava a Cesarea Marittima, si vide presentare un insolito prigioniero. Paolo di Tarso non aveva rubato, non aveva frodato, non aveva ucciso. Era in carcere solo perché qualche tempo prima aveva provocato un tumulto, discutendo con i giudei sotto i portici del tempio di Gerusalemme.

Avevano con lui alcune questioni – così tentava di spiegarsi quell’alto funzionario di Roma, che evidentemente non aveva troppa familiarità con i problemi teologici degli israeliti – relative alla loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita (At 25,19). Gesù – questo sconosciuto ebreo di Nazaret – è vivo o è morto? Agli occhi del procuratore romano era, come si vede, soltanto un problema anagrafico.

In realtà, questo è l’interrogativo che più profondamente spacca oggi ancora l’umanità.

Chi celebra la Pasqua cristiana – se sa per che cosa la celebra – per ciò stesso dichiara di essere convinto che il Crocifisso del Golgota è veramente, realmente, corporalmente vivo. Non c’è divisione più lacerante di questa e più gravida di conseguenze.

Dalla tomba scoperchiata l’angelo biancovestito dà anche a noi la notizia sbalorditiva, come l’ha data alle donne quella mattina del 9 aprile dell’anno 30: Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui (Mc 16,6). È risorto, vale a dire ha ripreso a vivere con tutto il suo essere, anche con le sue membra corporee. Ha ripreso a vivere non tornando indietro – riprendendo la condizione di prima, propria dell’uomo che non ha ancora incontrato la morte – ma andando avanti, entrando cioè nella condizione che dopo l’ultimo giorno sarà anche la nostra, come professiamo nel Credo: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».

La risurrezione di Cristo ha, per così dire, una duplice valenza: una duplice valenza, che va riconosciuta, va ben compresa e va rispettata. È un fatto effettivamente avvenuto, proprio come tutti i fatti di cronaca; ma è anche un evento che trascende la storia e si colloca sul piano delle realtà eterne, come causa inesauribile della salvezza umana. È perciò al tempo stesso «storica» e «sovrastorica»: è perciò oggetto di un assenso razionale e insieme di un atto di fede. Il sepolcro vuoto (che i soldati e le autorità non possono in alcun modo giustificare); gli incontri col Risorto documentati da innumerevoli testimoni (puntigliosamente elencati da san Paolo in 1 Cor 15,3-8); la stessa inspiegabile trasformazione degli apostoli, che prima sono avviliti, depressi, paurosi, e poi diventano esuberanti di coraggio, di fiducia incrollabile, di generosità fino al martirio: sono tutti dati certi che fondano la nostra convinta adesione e rendono ragionevole il credere.

Quando all’indomani della Pentecoste gli apostoli partono per annunciare il Vangelo a tutte le genti, su comando del loro Signore e Maestro, non hanno altra religione che quella ebraica, non riconoscono altro Dio che il Dio di Abramo, di Mosè e di Davide, non possiedono altro libro sacro (almeno inizialmente) che la Bibbia degli israeliti: tutti elementi teologici e cultuali che non li distinguevano dal resto della popolazione di Gerusalemme e della Giudea.

Che cosa allora era proprio, esclusivo, caratterizzante del Vangelo e della nuova realtà della Chiesa? Era il convincimento e l’annuncio pubblico che Gesù di Nazaret, il Crocifisso del Golgota, era risorto, era adesso vivo, era Signore. Questo è ciò che nel cristianesimo è ancora oggi proprio, esclusivo, caratterizzante. Occorre a questo punto persuadersi che il cristianesimo fin dal suo contenuto primordiale è qualcosa di unico, di decisivo, di imparagonabile.

Prima ancora che una religione, una morale, un culto, una filosofia, è un avvenimento: l’avvenimento della risurrezione di Gesù di Nazaret che si fa principio del rinnovamento degli uomini e delle cose. Perciò è intramontabile: le dottrine nascono, fanno fortuna, incantano per decenni e magari per secoli, poi decadono e muoiono. Il fatto cristiano resta, proprio perché è un fatto; e resta indipendentemente dall’accoglienza e dal numero delle adesioni che riceve.

Tutte le religioni – oggi si sente dire sempre più spesso – hanno un loro valore che è giusto riconoscere. E si può anche ammetterlo, purché non ci si dimentichi che la realtà cristiana in questo discorso non c’entra. Il cristianesimo, primariamente e per sé, non può essere ridotto a un sistema di convincimenti, di precetti, di riti che interpreta e regola i rapporti tra le creature e il Creatore.

Vale a dire, per quanto la frase possa apparire paradossale, primariamente e per sé, non può essere ridotto a “una religione”: collocarlo tra le religioni (anche soltanto per ragioni di sistemazione e di metodo, o per la buona intenzione di favorire il dialogo interreligioso), se non si chiarisce l’intrinseca ambiguità del collegamento o quanto meno il suo significato soltanto analogico, vuol dire travisarlo e precludersi ogni sua autentica comprensione.

Essendo assolutamente eterogeneo il cristianesimo non tollera di essere collocato “tra” le varie forme espressive dello spirito, esattamente come il Figlio di Dio nato da Maria, crocifisso e glorificato, non è assimilabile a nessun fondatore di religione e a nessun defunto personaggio della storia, classificarlo e collocarlo sarebbe fraintenderlo.

 

SANT’AGOSTINO,LIBERTA’E GRAZIA

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I temi della libertà e della grazia sono il fondamento della vita cristiana. Agostino se ne rende conto alla vigilia della sua conversione, quando, per esperienza personale, prende Continua a leggere

LA LIBERTA’ MINACCIATA: è possibile essere liberi oggi?

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Cardinale Carlo Caffarra.volare (1)LIBERTà
Che la libertà sia minacciata continuamente, è la nostra esperienza quotidiana. Che la minaccia alla libertà sia minaccia alla dignità della persona umana è una certezza che Continua a leggere

La teologia di Giacomo Biffi e la fiaba di Pinocchio

pinocchio
Il cardinale recentemente scomparso si distinse anche per una lettura “biblica” del racconto collodiano: la ribellione e la fuga dal Padre, poi il ritorno e la riconciliazione

Ricordo con particolare emozione il mio incontro con il cardinale Giacomo Biffi (1928 Continua a leggere

Il cristiano è chiamato alla libertà!

cateneClaudio Doglio
La lettera di san Paolo
ai Galati
quinto incontro
Gal 5,13 – 6,18
Lettera ai Galati 2
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LA VITA NELLO SPIRITO

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DAL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

LA VITA IN CRISTO

SEZIONE PRIMA
LA VOCAZIONE DELL’UOMO:

CAPITOLO PRIMO
LA DIGNITÀ DELLA PERSONA UMANA

ARTICOLO 3
LA LIBERTA’ DELL’UOMO

1730 Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti. « Dio volle, infatti, lasciare l’uomo “in balia del suo proprio volere” (Sir 15,14) perché così esso cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, con l’adesione a lui, alla piena e beata perfezione »:49

« L’uomo è dotato di ragione, e in questo è simile a Dio, creato libero nel suo arbitrio e potere ».50

I. Libertà e responsabilità

1731 La libertà è il potere, radicato nella ragione e nella volontà, di agire o di non agire, di fare questo o quello, di porre così da se stessi azioni deliberate. Grazie al libero arbitrio ciascuno dispone di sé. La libertà è nell’uomo una forza di crescita e di maturazione nella verità e nella bontà. La libertà raggiunge la sua perfezione quando è ordinata a Dio, nostra beatitudine.

1732 Finché non si è definitivamente fissata nel suo bene ultimo che è Dio, la libertà implica la possibilità di scegliere tra il bene e il male, e conseguentemente quella di avanzare nel cammino di perfezione oppure di venire meno e di peccare. Essa contraddistingue gli atti propriamente umani. Diventa sorgente di lode o di biasimo, di merito o di demerito.

1733 Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. Non c’è vera libertà se non al servizio del bene e della giustizia. La scelta della disobbedienza e del male è un abuso della libertà e conduce alla schiavitù del peccato.51

1734 La libertà rende l’uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari. Il progresso nella virtù, la conoscenza del bene e l’ascesi accrescono il dominio della volontà sui propri atti.

1735 L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali.

1736 Ogni atto voluto direttamente è da imputarsi a chi lo compie:

Il Signore infatti chiede ad Adamo dopo il peccato nel giardino: « Che hai fatto? » (Gn 3,13). Così pure a Caino.52 Altrettanto fa il profeta Natan con il re Davide dopo l’adulterio commesso con la moglie di Uria e l’assassinio di quest’ultimo.53

Un’azione può essere indirettamente volontaria quando è conseguenza di una negligenza riguardo a ciò che si sarebbe dovuto conoscere o fare, per esempio un incidente provocato da una ignoranza del codice stradale.

1737 Un effetto può essere tollerato senza che sia voluto da colui che agisce; per esempio lo sfinimento di una madre al capezzale del figlio ammalato. L’effetto dannoso non è imputabile se non è stato voluto né come fine né come mezzo dell’azione, come può essere la morte incontrata nel portare soccorso a una persona in pericolo. Perché l’effetto dannoso sia imputabile, bisogna che sia prevedibile e che colui che agisce abbia la possibilità di evitarlo; è il caso, per esempio, di un omicidio commesso da un conducente in stato di ubriachezza.

1738 La libertà si esercita nei rapporti tra gli esseri umani. Ogni persona umana, creata ad immagine di Dio, ha il diritto naturale di essere riconosciuta come un essere libero e responsabile. Tutti hanno verso ciascuno il dovere di questo rispetto. Il diritto all’esercizio della libertà è un’esigenza inseparabile dalla dignità della persona umana, particolarmente in campo morale e religioso.54 Tale diritto deve essere civilmente riconosciuto e tutelato nei limiti del bene comune e dell’ordine pubblico.55

II. La libertà umana nell’Economia della salvezza

1739 Libertà e peccato. La libertà dell’uomo è finita e fallibile. Di fatto, l’uomo ha sbagliato. Liberamente ha peccato. Rifiutando il disegno d’amore di Dio, si è ingannato da sé; è divenuto schiavo del peccato. Questa prima alienazione ne ha generate molte altre. La storia dell’umanità, a partire dalle origini, sta a testimoniare le sventure e le oppressioni nate dal cuore dell’uomo, in conseguenza di un cattivo uso della libertà.

1740 Minacce per la libertà. L’esercizio della libertà non implica il diritto di dire e di fare qualsiasi cosa. È falso pretendere che l’uomo, soggetto della libertà, sia un « individuo sufficiente a se stesso ed avente come fine il soddisfacimento del proprio interesse nel godimento dei beni terrestri ».56 Peraltro, le condizioni d’ordine economico e sociale, politico e culturale richieste per un retto esercizio della libertà troppo spesso sono misconosciute e violate. Queste situazioni di accecamento e di ingiustizia gravano sulla vita morale ed inducono tanto i forti quanto i deboli nella tentazione di peccare contro la carità. Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, spezza la fraternità coi suoi simili e si ribella contro la volontà divina.

1741 Liberazione e salvezza. Con la sua croce gloriosa Cristo ha ottenuto la salvezza di tutti gli uomini. Li ha riscattati dal peccato che li teneva in schiavitù. « Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi » (Gal 5,1). In lui abbiamo comunione con la verità che ci fa liberi.57 Ci è stato donato lo Spirito Santo e, come insegna l’Apostolo, « dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà » (2 Cor 3,17). Fin d’ora ci gloriamo della libertà dei figli di Dio.58

1742 Libertà e grazia. La grazia di Cristo non si pone affatto in concorrenza con la nostra libertà, quando questa è in sintonia con il senso della verità e del bene che Dio ha messo nel cuore dell’uomo. Al contrario, e l’esperienza cristiana lo testimonia specialmente nella preghiera, quanto più siamo docili agli impulsi della grazia, tanto più cresce la nostra libertà interiore e la sicurezza nelle prove come pure di fronte alle pressioni e alle costrizioni del mondo esterno. Con l’azione della grazia, lo Spirito Santo ci educa alla libertà spirituale per fare di noi dei liberi collaboratori della sua opera nella Chiesa e nel mondo:

« Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché, nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio ».59

In sintesi

1743 Dio « lasciò » l’uomo « in balia del suo proprio volere » (Sir 15,14), perché potesse aderire al suo Creatore liberamente e così giungere alla beata perfezione.60

1744 La libertà è il potere di agire o di non agire e di porre così da se stessi azioni libere. Essa raggiunge la perfezione del suo atto quando è ordinata a Dio, Bene supremo.

1745 La libertà caratterizza gli atti propriamente umani. Rende l’essere umano responsabile delle azioni che volontariamente compie. Il suo agire libero gli appartiene in proprio.

1746 L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dalla violenza, dal timore e da altri fattori psichici o sociali.

1747 Il diritto all’esercizio della libertà è un’esigenza inseparabile dalla dignità dell’uomo, particolarmente in campo religioso e morale. Ma l’esercizio della libertà non implica il supposto diritto di dire e di fare qualsiasi cosa.

1748 « Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi » (Gal 5,1).

(49) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 17: AAS 58 (1966) 1037.

(50) Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 4, 3: SC 100, 424 (PG 7, 983).

(51) Cf Rm 6,17.

(52) Cf Gn 4,10.

(53) Cf 2 Sam 12,7-15.

(54) Cf Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 2: AAS 58 (1966) 930-931.

(55) Cf Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 7: AAS 58 (1966) 934-935.

(56) Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr. Libertatis conscientia, 13: AAS 79 (1987) 559.

(57) Cf Gv 8,32.

(58) Cf Rm 8,21.

(59) Domenica XXXII del Tempo Ordinario, Colletta: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 278.

(60) Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 17: AAS 58 (1966) 1037.